L’attualità si consuma prima in un meme che in un articolo. Tra scroll compulsivi e slogan virali, sono questi contenuti a offrire una cornice interpretativa immediata dell’attualità, capace di orientare reazioni, giudizi e appartenenze. In un ecosistema informativo saturo, questo formato rapido e riconoscibile sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella costruzione del senso comune e nell’orientamento del dibattito pubblico.
Nati come espressione informale della cultura online, i meme hanno progressivamente assunto una funzione ben più incisiva: condensare eventi complessi in immagini riconoscibili, fornendo chiavi di lettura immediate e cambiando il modo in cui temi pubblici vengono percepiti e discussi. La loro diffusione li rende strumenti potenti di partecipazione e accesso all’informazione, ma anche veicoli di semplificazione e polarizzazione che finiscono talvolta per favorire narrazioni radicali ed aggressive. Tra pratiche spontanee, strategie di marketing e nuove forme di propaganda, questo linguaggio sta contribuendo a rimodellare profondamente l’ecosistema informativo e il rapporto tra comunicatori e lettori.
Come ricordato nel Media Literacy Brief (March 2025) del Parlamento Europeo, la trasformazione dell’informazione, dominata da contenuti veloci, visivi e fortemente emozionali, favorisce modalità di fruizione sempre più passive e istintive, che rendono possibile sfruttare vulnerabilità e bias preesistenti. In un contesto segnato dall’infodemia, ovvero la circolazione rapida e incontrollata di informazioni, il meme diventa così una scorciatoia cognitiva. È questa capacità di fornire una prima interpretazione, rapida e riconoscibile, a renderlo un elemento centrale nella formazione dell’opinione pubblica.
A confermare questa dinamica è l’esperienza diretta di chi lavora quotidianamente con il linguaggio dei meme. Ranpo Fahrenheit, direttore di Blast, un blog/zine di cultura pop e attualità, individua un momento di svolta: «Nel 2016, con l’elezione di Trump, frequentando ambienti online come 4chan, ho visto persone organizzarsi a partire da meme, immagini e slogan condivisi, fino a intervenire concretamente su eventi reali. È in quel momento che ho capito che i meme non stavano più solo commentando la realtà, ma contribuivano a costruirla».
I meme parlano soprattutto a un pubblico giovane, spesso distante dai media tradizionali, offrendo una forma di partecipazione che passa attraverso il riconoscimento simbolico più che attraverso l’approfondimento. Il rischio è che l’adesione a una posizione prevalga sulla comprensione dei temi. Eppure, secondo Ranpo, questa è una caratteristica strutturale del mezzo: «Il meme non sostituisce l’analisi, la rimanda. Sta a chi lo riceve decidere se fermarsi alla superficie o andare a spacchettarne i significati».
La questione, allora, non è stabilire se i meme siano “buoni” o “cattivi”, ma riconoscere il ruolo che hanno assunto. In un ambiente informativo dominato dalla velocità e dalla saturazione, questi frammenti visivi sono diventati uno dei principali filtri attraverso cui eventi e conflitti vengono percepiti. Ignorarli significa rinunciare a comprendere una parte decisiva del presente; accettarli senza strumenti critici, al contrario, equivale a delegare la costruzione del senso comune a un linguaggio che privilegia l’impatto sull’argomentazione. Tra questi due estremi si gioca una sfida culturale che riguarda non solo chi comunica, ma soprattutto chi osserva, condivide e interpreta.

