Per una generazione cresciuta con il mondo in tasca, informarsi è diventato un esercizio di resistenza: ogni notifica promette conoscenza ma consegna, sempre più spesso, solo stanchezza emotiva.
Il doomscrolling – la tendenza a consumare in modo compulsivo notizie e contenuti di segno negativo – è il sintomo più evidente di una “malattia dell’informazione”. Nasce dall’incontro tra piattaforme progettate per massimizzare il tempo di permanenza e un contesto globale segnato da crisi multiple, dal clima ai conflitti. Studi recenti riportano un aumento significativo di ansia, stanchezza emotiva e senso di impotenza nelle fasce più giovani, che dichiarano di sentirsi al tempo stesso sommerse dalle notizie e incapaci di tradurle in azione.
Il Digital News Report 2025 del Reuters Institute mostra un decrescente interesse per le notizie, mentre la dipendenza dalle piattaforme digitali è diventata strutturale. Tra i motivi principali di allontanamento dall’informazione ci sono l’eccesso di negatività, la cosiddetta news fatigue e la percezione che le notizie non portino a cambiamenti concreti. Parallelamente, altre ricerche indicano come il doomscrolling si associ a sintomi di ansia generalizzata, stanchezza emotiva e riduzione della resilienza, alimentando una spirale in cui lo stress porta a un maggior uso dei social, che a sua volta intensifica l’esposizione a contenuti allarmistici.
Dentro questo scenario, il rapporto tra utenti e notizie sta attraversando una fase di cambiamento profondo. Valerio Bassan, autore e analista dei media digitali, osserva che «la sovrabbondanza di contenuto e gli algoritmi di personalizzazione hanno spezzato il legame tra notizia e contesto». Oggi la fruizione avviene «in modo atomizzato: un post su Instagram, un video su TikTok, un alert sullo smartwatch, un podcast su Spotify». Il risultato, avverte, è una comprensione del mondo «sempre più disossata: tantissima materia molle ma poca infrastruttura cui aggrapparci», con il rischio di perdere una realtà condivisa mentre le «scatole nere» dell’IA selezionano quali porzioni di realtà mostrare e quali nascondere.
Questa frammentazione ha conseguenze dirette sulla possibilità di un consumo consapevole delle notizie. Bassan non punta il dito contro i news creator in sé, in quanto «molti di loro fanno un lavoro fondamentale», ma rivendica il ruolo insostituibile delle redazioni come «organismi viventi fatti di teste che collaborano e si confrontano». In un contesto dominato dall’idea che tutto debba essere breaking, propone una riconversione dei media a filtro e curatela: non tutto deve entrare nel flusso, e non tutto deve arrivare con lo stesso volume. «Newsletter, podcast e app proprietarie diventano così giardini protetti in cui il rumore viene selettivamente ridotto, restituendo agli utenti un percorso narrativo coerente».
Sul piano culturale, la frattura più profonda è il paradosso etico che molti giovani esplicitano: se non mi informo, mi sento irresponsabile; se mi informo, mi sento schiacciato. La ricerca del News Literacy Project, che nel 2025 ha documentato la diffusa sfiducia degli adolescenti nei confronti dei media e una comprensione limitata di come funziona il giornalismo, indica una direzione di cura possibile: l’educazione alla news literacy come infrastruttura mentale per rimettere ordine nel flusso. In questo quadro, Bassan richiama il passaggio dall’ideale dell’obiettività a quello della trasparenza radicale: adottare la disciplina del mostrare le prove. «Non basta più dire cosa sia successo, ma condividere documenti, criteri di selezione delle fonti e aree di incertezza, trasformando il processo giornalistico in parte visibile del racconto».
Il doomscrolling, dunque, è un segnale clinico di un ecosistema informativo che ha perso equilibrio: sovra produce frammenti di realtà, sotto produce contesto e strumenti per elaborarli.
I nuovi orizzonti passano da almeno tre linee di intervento: media che adottano la trasparenza come metodo narrativo, spazi editoriali “protetti” che tornano a fare selezione e non solo distribuzione, e un’alfabetizzazione all’informazione che consenta ai cittadini di distinguere tra essere costantemente aggiornati e avere, davvero, una comprensione del mondo.
In questo senso, “riavviare il sistema”, per usare l’immagine di Bassan, significa curare la malattia dell’informazione restituendo all’atto di informarsi la sua funzione originaria: non alimentare impotenza, ma costruire possibilità di azione e di senso condiviso.


